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Alessio

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Giudica un uomo + dalle sue domande che dalle sue risposte.

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Parole in libertà

Sono tranquillo, sono casinista. Sono libero, ma so quel che voglio. Sono uno che vive il presente e guarda al futuro. Sono una piuma,sonon un peso massimo. Sono un lampo e sono un tuono. Sono umile e sono orgoglioso. Sono assetato di vitoorie e ancor di più di record. Sono timidio e sono feroce. Sono tenace, sono flessibile. Sono impalpabile, sono concreto Sono UNO che va fino in fondo.

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Pensieri fra le nuvole...

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"STUDIO ILLEGALE":dopo il blog, il libro edito da Marsilio. PARLA l'anonimo "DUCHESNE"

L'avvocato-blogger che mette sottosopra il mondo dei professionisti

«Mondanità trash e giovani supersfruttati: l’ironia è diventata la mia arma di sopravvivenza»

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"Duchesne" con il suo libro, in uscita per Marsilio

Ormai è un eroe, anche se il nome l'ha trovato aprendo a caso un dizionario. Si chiama Duchesne — «un cognome inglese di cui non so la pronuncia», confessa —, ha trent’anni, è milanese e fa l’avvocato in un grande studio d’affari. Duchesne è lo pseudonimo con cui nell’aprile 2007 ha aperto il blog «Studio illegale», che è diventato un cult tra gli avvocati con 1.500 contatti quotidiani e che ora è il titolo di un libro (Marsilio) che in poche settimane è arrivato alla seconda edizione. Un romanzo divertente, image cinico e malinconico che si legge d'un fiato seguendo le avventure di Andrea Campi, un protagonista che si presenta dicendo: «Sono un professionista serio. Ultimamente non sto molto bene». Lo pseudonimo è fondamentale, non per le rivelazioni finanziarie, ma per quelle umane: un umorismo spietato su un ambiente di ricchi avvocati che passa dai capital markets alle escort di lusso a «Oh, dite quello che volete, ma a me la De Filippi mi fa sesso», in una Milano riconoscibile. Un mondo che l'autore racconta grazie alla doppia identità, avvocato di giorno e blogger di notte.

L’intervista del Corriere…

La prima domanda è d’obbligo: ti hanno scoperto?
«Nessuno, anche se il libro è pieno di fatti autobiografici, messaggi cifrati e tributi».

Qualcuno sa della tua doppia vita?
«Un paio di amici, la mia ragazza e la mia migliore amica: le ho spedito il libro dopo che mi ha scritto "Finalmente ho smesso di leggere il blog di quel fetente", ci ero rimasto male...».

Tra colleghi si parla del libro?
«Sì, e io mi imbarazzo, ma ormai ho imparato a riferirmi in terza persona a Duchesne, anzi, a volte lo disprezzo».

Già, ma chi è Duchesne?
«Sono io, ma non sono io: è il mio alter ego, nasce dalla realtà ma invento anche molti episodi».

Perché hai aperto il blog?
«Stavo veramente male, lavoravo fino all’una quasi tutti i giorni, facendo anche duemila euro al mese, ma non avevo una vita privata, allora mi sono detto "Adesso racconto tutto" ».

Chi sono i tuoi lettori?
«Ormai gente di ogni tipo, ma principalmente colleghi, dai senior che sostengono che "sputtano" la professione agli junior che si trovano nella mia situazione».

I personaggi: sono veri?
«Dipende, il collega arrivista esiste per davvero, mentre il boss è la summa di tutti i capi che si possono avere, come diceva Fitzgerald: "Ci vogliono almeno dieci persone per fare un personaggio"». (Non un Azzeccagarbugli qualunque, ma lo scrittore Francis Scott Fitzgerald, ed è conoscendo gente così che Duchesne è diventato socio di un vecchio studio rispettato, quello letterario)».

Nuova generazione di motori a caccia del web sconosciuto - progetti - Kosmix, DeepPeep e Openarchives.org v.s. Deep Web

Le nostre ricerche scandagliano solo una minima parte delle pagine esistenti. Oltre il 90 per cento resta nascosto. Ma alcuni progetti - Kosmix, DeepPeep e Openarchives.org - si ripromettono di renderle visibili. Con algoritmi che ragionano come la mente umana. Superando i tradizionali limiti di spider e crowler tipici di Google & C.

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LA PUNTA di un iceberg. Meno del 10 per cento per cento di tutto il Web esistente. E' quanto - secondo alcune autorevoli ricerche - riescono a indicizzare in realtà i migliori motori di ricerca online. E il restante 90 per cento? Lo chiamano "Deep Web", ovvero il Web profondo, invisibile, non raggiungibile grazie agli attuali motori di ricerca. Ma che alcune nuove tecnologie promettono di poter rendere disponibili a breve.
Quanto è profondo il Web? Difficile dirlo. Secondo l'azienda Bright Planet, che nel settembre 2001 ne ha sondato le profondità, "Deep Web" sarebbe un vero e proprio pozzo di San Patrizio, un miniera d'oro, un'immensa foresta vergine a confronto del giardinetti di casa a cui ci avrebbero abituati i normali motori di ricerca. Per altri sarebbe addirittura la nuova frontiera del Web. Tanto che gli stessi numeri uno della ricerca, da Google a Yahoo!, negli ultimi anni stanno moltiplicando gli sforzi per capire come indicizzare questo immenso patrimonio altrimenti irraggiungibile, e quindi renderlo disponibile ai propri utenti.
D'altra parte stiamo parlando delle informazioni archiviate e organizzate in database, dei contenuti consultabili soltanto su siti protetti da password, o delle tante pubblicazioni scientifiche e non in PDF che non hanno ancora trovato un solo lettore disposto a segnalarne la presenza con un link.
Già, perché gli attuali motori di ricerca ogni giorno perlustrano il Web alla ricerca di nuove pagine da offrire tra i risultati delle nostre ricerche, e lo fanno essenzialmente seguendo uno dopo l'altro i link presenti nel Web per mezzo di software ad hoc chiamati spider ("ragni") o crawler ("scansionatori"). Così facendo rintracciano le pagine web esistenti, ricostruendo di volta in volta un rapporto di senso fra loro, riuscendo a suggerire successivamente quale potrebbe essere il risultato più utile, sulla base del numero di link e del tipo di link che rimanda a quella determinata pagina o documento. Al contrario, se verso una pagina o un documento non esiste nessun link, quella stessa pagina o documento non verrà raggiunto, e di conseguenza sarà ignorato.

Peccato che in questo modo si perdono milioni di informazioni utili. La Bright Planet stima che il 54 per cento del Web profondo è costituito dai risultati che ottiene un utente in seguito a una richiesta effettuata consultando ad esempio un orario di volo. Ed è per questo che BigG & Co. non sono in grado di rispondere pienamente a domande come: "Qual è la tariffa più conveniente da Milano a Londra per il prossimo giovedì?", così come denuncia il New York Times che sul fenomeno "Deep Web" ha appena pubblicato una breve inchiesta.
Novità in arrivo? Recuperare questo capitale di informazioni irraggiungibile è sicuramente lo scopo di Anand Rajaraman, cofondatore di Kosmix, una start-up creata per l'appunto per la ricerca nel web profondo, fra i cui investitori c'è addirittura Jeffrey P. Bezos, amministratore delegato di Amazon.com. Ma non è il solo ad interessarsi all'argomento. La professoressa Juliana Freire, dell'Università dello Utah, ha infatti lanciato il progetto DeepPeep, che sfrutta un algoritmo apparentemente capace di simulare le modalità con cui la mente umana ragiona, così da ovviare a quel maldestro cammino che porta i vari spider o crawler a scansionare il Web link dopo link. E infine c'è il progetto Openarchives.org, promotore del protocollo OAI-PMH, con cui si cerca di indicizzare i documenti sui motori di ricerca inviando loro metadati in formato Xml, in modo da rendere più appetibili e comprensibili i contenuti anche in assenza di link. Per ora, tuttavia, l'unica cosa certa è che oltre il 90 per cento delle informazioni online non sono disponibili attraverso i normali motori di ricerca. Rimane forse da domandarsi: e se lo fosse? E' un traguardo auspicabile?

Un museo sottomarino per ammirare l'antica civiltà egiziana ad ALESSANDRIA D'EGITTO

l'avveniristica costruzione dovrebbe sorgere ad Alessandria d'Egitto

Il costo supererà i 140 milioni di dollari. I lavori dovrebbero partire all'inizio del 2010

Ecco il punto dove dovrebbe sorgere il museo sott'acqua (architetto Jacques Rougerie)

Ecco il punto dove dovrebbe sorgere il museo sott'acqua (architetto Jacques Rougerie)

Passeggiare sott'acqua e ammirare i reperti di una delle civiltà più antiche del mondo. Il governo egiziano ha confermato la costruzione di un gigantesco museo sottomarino nel Mediterraneo: l'avveniristica costruzione dovrebbe sorgere ad Alessandria d'Egitto, il più importante centro culturale dell'ellenismo dove un tempo sorgeva l'imponente palazzo reale di Cleopatra e il mitico Faro. Come tante opere dell'antichità queste due costruzioni furono distrutte da due terribili terremoti (la residenza della regina Cleopatra s'inabbissò nel V secolo D.C. mentre il Faro d'Alessandria riuscì a sopravvivere altri nove secoli) e i reperti furono inghiottiti dal mare. Adesso grazie a tunnel sottomarini e a strutture supertecnologiche i turisti di tutto il mondo potranno contemplare i tantissimi reperti della celebre civiltà egiziana seppelliti negli abissi.

LAVORI - I lavori dovrebbero partire all'inizio del 2010 e terminare entro due anni e mezzo: adesso si attende il definitivo ok di una Commissione internazionale scientifica istituita dall'Unesco che dovrebbe confermare che la costruzione non danneggerà i reperti sommersi. Il progetto del museo sottomarino è stato affidato a Jacques Rougerie, architetto francese di fama mondiale che in passato ha già portato a termine ambiziose opere. La costruzione si dovrebbe estendere su una superficie di 22.000 metri quadrati e secondo i dati presentati dall'architetto potrà ospitare fino a 3 milioni di visitatori all'anno. (architetto Jacques Rougerie)

PROBLEMI - Uno dei dilemmi che ostacolano il progetto è quello dei finanziamenti. Il governo egiziano si è accollato le spese, che dovrebbero superare i 140 milioni di dollari, ma spera che compagnie private partecipino economicamente alla costruzione. Inoltre non mancano problemi tecnici e di logistica. Tra questi quello che più preoccupa gli ingegneri è se la struttura sarà abbastanza forte da resistente alle correnti sottomarine. «Come idea è perfetta» dichiara al Guardian di Londra Ashraf Sabri che lavoro per un centro subacqueo specializzato in archeologia marina. «Però bisognerebbe esplorare bene i territori sottomarini e fare un lavoro scientifico per capire cosa si può fare e cosa no. Tutto ciò però non è stato ancora fatto».

(architetto Jacques Rougerie)CAPITALE CULTURALE - Dopo i fasti del passato Alessandria, sebbene ogni anno ospiti circa 12 milioni di turisti, non è più una delle grandi capitali dell cultura internazionale. Anche a livello locale Il Cairo e Luxor continuano ad attrarre più investimenti e turisti. La costruzione di questo incredibile museo potrebbe riportarla in auge: «Per troppo tempo la grande storia e il multiculturalismo di Alessandria non sono state sufficientemente rispettate» dichiara Naguib Amin, manager del «Supreme Council for Antiquities». A chi accusa i governanti egiziani di sprecare inutilmente soldi e che la somma poteva essere usato per ristrutturare i tanti edifici fatiscenti presenti nella città di Alessandria, il manager risponde: «Siamo certi che il museo sarà una componente essenziale che rivitalizzerà la città».

                                                                                                       (architetto Jacques Rougerie)

Marte: gocce d’acqua salata sulle gambe di «Phoenix»

MA LA SCOPERTA RENDE MENO PROBABILE L' ipotesi della vita sul pianeta rosso

Fotografate sulla sonda della Nasa atterrata nei pressi del Polo Nord marziano

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Le gambe della sonda Phoenix con le gocce d'acqua salata (nel riquadro)

Le gambe della sonda Phoenix con le gocce d'acqua salata (nel riquadro)

«Non c’è altra spiegazione: sono gocce d’acqua liquida distribuite sulle gambe della sonda Phoenix atterrata nei pressi del Polo Nord marziano». Peter Smith dell’Università dell’Arizona a Tucson e responsabile scientifico della missione della Nasa non ha dubbi. E spiega anche il perché queste gocce d’acqua, le prime ad essere viste sul Pianeta Rosso, si sono create e sono riuscite a mantenersi in quello stato. Nel terribile ambiente, con una pressione che è quasi l’uno per cento di quella della Terra e una temperatura costante abbondantemente sotto lo zero centigrado (nella sonda dello sbarco di Phoenix non né mai salita oltre i meno venti gradi centigradi) la condizione liquida è praticamente impossibile. Salvo alcune eccezioni, come spiegano i planetologi.

IPOTESI - Una prima ipotesi è che le gocce fotografate dalla camera della sonda si siano formate assorbendo vapore acqueo dall’atmosfera. Ma la chiave sta nel fatto che lo stato liquido si sarebbe conservato grazie al sale perclorato scoperto nella zona dagli strumenti della sonda. In laboratorio a Terra si è visto che un miscuglio di acqua e perclorato è rimasto liquido sino a una temperatura di settanta gradi sotto lo zero centigrado. Ma c’è un’altra spiegazione possibile per la nascita delle gocce. Durante la discesa Phoenix ha rallentato la sua corsa fino al suolo azionando dei propulsori a razzo che certamente hanno sciolto il ghiaccio d’acqua poi scoperto quasi in superficie dalla stessa sonda. E vaporizzato per l’intenso calore, mischiato al perclorato, si è quindi depositato in gocce sulle gambe del robot. Il sale di per sé è igroscopico e quindi tende ad assorbire l’acqua e questo completerebbe il quadro.

NON FAVOREVOLE ALLA VITA - La scoperta ha instillato un po’ di immaginazione quasi romantica negli scienziati del gruppo di ricerca: «Penso – nota Mark Bullock – che si possano immaginare le gambe di Phoenix come tutte ricoperte da un’esotica brina». Ma il ritrovamento, interessante per molti, ha sollevato qualche dubbio legato alla vita. Troppo sale nell’ambiente non sarebbe favorevole allo sviluppo degli organismi , favorito proprio dalla presenza dell’acqua. «Tutto dipende dalla concentrazione», precisa ottimisticamente Smith, lasciando aperta la porta alle prossime verifiche tra le sabbie rosse. Phoenix arrivato il 25 maggio 2008, dopo cinque messi di attività ha smesso di trasmettere paralizzato dal gelo. Ora potrebbe essere ricoperto dal ghiaccio di anidride carbonica che in questo periodo imbianca la zona. Quasi nulle sono le probabilità di un risveglio al ritiro dei ghiacci con l’arrivo della buona stagione.

EFFICIENZA ENERGETICA - Edifici colabrodo di calore le termo-foto dello scandalo

Per documentare gli sprechi Legambiente ha realizzato le termografie di case e uffici.

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Il palazzo della Regione Toscana: dalla termografia la mappa degli sprechi

"Occhio non vede, cuore non duole". Il vecchio adagio parla dei sentimenti, ma Legambiente ha deciso di applicarlo al risparmio energetico per evitare che si possa continuare a fare finta di niente, voltandosi dall'altra parte. E' più facile fare a meno di intervenire e innovare finché non ci si rende davvero conto di quanto sono inefficienti i nostri palazzi, soprattutto se messi a confronto con quelli realizzati attraverso tecniche edilizie d'avanguardia. Ma, per usare un altro vecchio modo di dire, occorre "vedere per credere" e proprio questo è ciò che l'associazione ambientalista si è sforzata di fare.
"Come si può descrivere in maniera semplice e comprensibile gli sprechi energetici di un edificio, le ragioni per cui si spende tanto di bolletta del riscaldamento?". Partendo da questa domanda, Legambiente ha "termofotografato", in collaborazione con Edison e grazie all'elaborazione dello studio dell'ingegner Vittorio Bardazzi di Prato, nuovi immobili per abitazioni e edifici pubblici per uffici in quattro città: Roma, Firenze, Milano, Bolzano.
image"Il risultato - spiega Edoardo Zanchini, responsabile energia dell'associazione - è molto interessante e mostra come vi possano essere difetti macroscopici oppure soluzioni perfette che determinano differenti livelli di comfort e di spesa per chi ci vive e li utilizza. La differenza non è piccola, la termografia permette di visualizzare il funzionamento delle pareti e quindi di capire se un edificio è ben costruito, se avrà bisogno di un minor utilizzo di energia per il riscaldamento d'inverno e di energia per il condizionamento dell'aria d'estate. In un edificio ben isolato si può arrivare a spendere fino a un quarto in termini di bolletta energetica, con un risparmio che per una famiglia vuol dire centinaia di euro, per edifici di uffici migliaia di euro ogni anno".

In questo caso più che fare classifiche tra nord e sud, tra pubblico e privato o tra buoni e cattivi, Legambiente intendeva confermare le potenzialità della certificazione energetica degli edifici. Il governo Prodi l'aveva resa obbligatoria come documentazione da allegare alle compravendite di immobili a partire dal primo luglio 2008, ma il nuovo esecutivo Berlusconi ha cancellato il provvedimento. E al momento, anche se la direttiva europea 2002/91 la impone a tutti gli Stati membri, in Italia mancano ancora le linee guida.
"Quello che emerge con forza da questo studio - spiega ancora Zanchini - è che la certificazione energetica funziona. A Bolzano, dove a differenza che nel resto del Paese è in vigore, i risultati si vedono e gli stabili, quelli residenziali come quelli destinati ad uffici pubblici, permettono risparmi sulle spese di raffreddamento e riscaldamento (30 kWh/mq anno contro 120 kWh/mq anno) fino a un quarto di quanto occorre nelle altre città". 
"L'aspetto paradossale - aggiunge Zanchini - è che tutti gli stabili presi in considerazione sono nuovi e di pregio. Stiamo parlando di case da 4-5 mila euro a metro quadrato e adottare i migliori accorgimenti ai fini dell'efficienza energetica avrebbe fatto aumentare il prezzo in misura modesta. Il problema è che fino ad oggi la domanda del mercato immobiliare è stata tale da non spingere i costruttori a innovare, facendoli vivere di rendita con tecniche e materiali obsoleti dal punto di vista dell'efficienza".
Ora invece il settore è in profonda crisi e la parabola dell'edilizia rischia di essere la stessa dell'industria automobilistica, impegnata a recuperare in fretta il tempo perduto sul versante ambientale per non finire travolta dalla crisi e dai nuovi imperativi ecologici ed energetici.

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Telefoni e computer sempre più vicini - Mobile World Congress di Barcellona

le ultime novità al Mobile World Congress di Barcellona

Il mercato dei cellulari attira anche i produttori di hardware e di navigatori satellitari

BARCELLONA – Se i telefonini fanno ormai concorrenza ai navigatori satellitari, perché mai un navigatore satellitare non dovrebbe fare concorrenza ad un telefonino? E se i produttori di telefoni ormai sfornano apparecchi ultra sofisticati che con l’aggiunta continua di funzioni sono diventati in tutto e per tutto dei computer da tasca, per quale motivo un produttore di pc non dovrebbe usare il proprio know how per buttarsi a capofitto anche nel mercato della telefonia? E la risposta che arriva dal Mobile World Congress di Barcellona è in effetti che no, non ci sono controindicazioni. Così, tra le tante novità dell’edizione 2009, vanno registrati due debutti eccellenti, ovvero Acer e Garmin, rispettivamente terzo produttore al mondo di personal computer e leader mondiale nel campo della navigazione satellitare, che per la prima volta si gettano in un’arena telefonica che ha sì i suoi grandi campioni un pezzo avanti agli altri, ma che vede in lizza un sempre maggiore numero di competitors nei cinque continenti.

ACER - Acer ha un’ambizione molto forte: rendere possibile per chiunque l’upgrade dal telefono tradizionale allo smartphone. E per fare questo, tra gli otto modelli di telefoni presentati alla convention spagnola, ne prevede in particolare uno che Aymar de Lencquesaing, vicepresidente del gruppo capitanato dall’italiano Gianfranco Lanci, si rifiuta di definire “low cost”, soprattutto per l’accezione non sempre positiva che accompagna questa locuzione, ma che con un prezzo di vendita ancora non stabilito ma “che potrà andare da 0 a 50 euro”, a costo “low” – e quindi alla portata di molti - lo sarà veramente.
GARMIN -
Garmin lancia invece due modelli di smartphone full touch, i Nüvifone M20 e G60, prodotti con Asus, che integrano la navigazione satellitare con le funzioni di telefono, i servizi di entertainment e la ricerca di informazioni attraverso Google, con la possibilità che le informazioni raccolte si trasformino direttamente in istruzioni per impostare il navigatore. Il Wmc è la principale ventrina per presentare al mondo le novità di un settore che, nonostante la crisi, non sembra conoscere recessione. E anche questa volta le attese non sono andate deluse.

I MODELLI DI PUNTA - Molti grandi marchi ne hanno approfittato per lanciare o annunciare i nuovi modelli di punta. Nokia accende i riflettori sull’E75 e soprattutto sull’N97, che a giugno sarà già sul mercato con la funzione integrata di accesso all’OviStore; Toshiba si getta sull’ultrasottile e propone il Tg01, che punta molto sull’alta definizione del proprio schermo multitouch (tipo quello dell’iPhone) da 4,1 pollici; Samsung presenta la nuova versione di Omnia, per la quale sarà presto disponibile uno specifico negozio online sul modello dell’AppStore di Apple e di quelli già annunciati da Nokia e Microsoft; Lg mette in evidenza Arena, un telefono che gioca molte delle proprie carte sulla multimedialità (offre ad esempio il suono Dolby e un’interfaccia tridimensionale molto user friendly), e Style, il telefono con la tastiera estraibile trasparente. In tempi di grande attenzione alle tematiche ecologiche non potevano non arrivare i telefonini amici dell’ambiente, come il Blue Earth di Samsung e il Coral 200 solar di Zte che dispongono di un sistema di carica delle batterie a energia solare. E visto che il telefono ci accompagna ormai praticamente ovunque, molti produttori hanno pensato bene di varare dei modelli completamente “water-proof” – da Docomo alla stessa Toshiba -, per scongiurare perdite di dati nel caso di una caduta accidentale dell’apparecchio in mare o nella vasca da bagno. Docomo ha studiato anche un modello specifico per i bambini, facile da usare ma dotato soprattutto di una catenella da tirare in caso di pericolo (il bimbo si perde, si ritrova solo o circondato da malintenzionati) che fa scattare un allarme sonoro tipo antifurto dell’auto e che automaticamente segnala via sms la sua presenza al cellulare dei genitori. Non sempre di un apparecchio si valuta la sola utilità. A volte entrano in gioco altri fattori. Come lo charme che il dispositivo stesso può esercitare grazie ad un’estetica ricercata. E’ il caso dell'Aura con ghiera di diamanti disegnato da Alex Amosu, il più fotografato e ammirato allo stand Motorola (ma esiste anche la versione senza brillanti, comunque stilosa e curata nei dettagli, a partire dai 200 componenti e dalle 130 sfere che fanno ruotare il flip circolare). O del telefono-orologio touch screen di Lg, che un tempo si poteva immaginare solo al polso dell’agente 007 e che oggi è una realtà in diverse varianti, tra cui quella firmata Prada.

FUTURO - E mentre Gsma, il consorzio che raccoglie oltre 750 operatori della telefonia e 200 aziende produttrici di hardware e di software e che promuove il Mobile World Congress, firma assieme a 17 grandi marchi l’impegno a definire entro il 2012 un unico standard di caricabatteria per i telefonini, da Qualcomm arriva l’”e-zone”, un’ipotesi di come potrebbe evolvere un’operazione quotidiana e noiosa come la ricarica delle batterie. Si tratta di uno speciale svuotatasche su cui appoggiare il telefono (e anche gli altri oggetti che ci si ritrova al rientro in casa)e che grazie ad uno speciale dispositivo a impulsi elettrici è in grado di ridare energia alla batteria (consentendo tra l’altro all’utente di utilizzare il dispositivo in vivavoce anche durante la ricarica). Infine, nei giorni in cui molte compagnie presentano il proprio negozio virtuale, Sony Ericsson lancia quello che potrebbe diventare il nuovo “bancomat” dei contenuti multimediali: una download station che, posizionata in negozi e centri commerciali, consentirà agli utenti di scaricare direttamente nel cellulare film, brani musicali, giochi e altre applicazioni in pochissimo tempo e bypassando l’utilizzo del pc o la connessione diretta dal telefono. Il vantaggio? Un film completo passa dalla stazione di trasferimento (grande praticamente quanto un laptop aperto) al telefonino in circa tre minuti e senza il rischio di cadute improvvise della linea (l’apparecchio è offline ed è il gestore a provvedere periodicamente all’aggiornamento del magazzino dei titoli). Per ora il dispositivo è in fase di sperimentazione in alcune città asiatiche, a Singapore e in Malaysia in particolare. Ma se come ci si aspetta i risultati saranno positivi, il nuovo sistema potrà presto sbarcare anche in Europa.

Palle di fuoco e detriti spaziali: allarme e mistero nel mondo

Dopo lo scontro in orbita segnalati spettacolari fenomeni

Stato di emergenza in Canada, apparizioni luminose in Italia, Kentucky e Texas

La «striscia  di fuoco» apparsa in italia la sera del 13 febbraio registrata con una telecamera dall'astrofilo Diego Valeri di Contigliano (Rieti)

La «striscia di fuoco» apparsa in italia la sera del 13 febbraio registrata con una telecamera dall'astrofilo Diego Valeri di Contigliano (Rieti)

Ora i detriti spaziali («space debris» in inglese) fanno davvero paura. Nella regione di Alberta, in Canada, stanno tirando un respiro di sollievo per un impatto dallo spazio scongiurato in extremis . E poi in Texas, nel Kentucky e finanche nella nostra Italia, ecco stagliarsi nel cielo misteriose «palle di fuoco», ancora non si sa fino a che punto imparentate con i detriti spaziali o dipendenti da uno sciame di meteore.

PANICO IN CANADA - Partiamo dall’unico allarme sicuramente collegato con la caduta di un oggetto artificiale dall'orbita, quello scattato nella regione di Alberta. E’ successo alle prime ore del mattino di venerdì 13 febbraio, tempo locale, ma solo a emergenza superata ne sono stati rivelati i particolari. Il North American Aerospace Defence Command (NORAD) degli Stati Uniti, un ente che sorveglia lo spazio e tiene d’occhio tutti i corpi orbitanti attorno alla Terra, avverte i rappresentanti del governo canadese: «Un cargo spaziale russo delle dimensioni di un autobus, che era stato utilizzato per trasportare materiali sulla Stazione spaziale Internazionale, è fuori controllo e sta per precipitare su di voi. I calcoli indicano che potrebbe schiantarsi sulla città di Calgary, attorno alle 10 antimeridiane, ma la traiettoria è incerta. La stiamo definendo minuto per minuto. Vi faremo sapere». Scatta l’allarme degli operatori della protezione civile canadese, sia a livello nazionale che locale. Ci si interroga se sia il caso di avvertire la popolazione e predisporre piani di evacuazione, almeno nella parte più popolosa del centro cittadino. Mentre le concitate consultazioni sono in corso, si rifà vivo il NORAD: la traiettoria del maxi proiettile spaziale è cambiata, ora sembra puntare su Kneehill o su Wheatland Country, circa cento chilometri a est di Calgary. Lì, per fortuna, la densità della popolazione è più bassa, c’è meno pericolo di impatto diretto con le persone e le cose. Ma si affaccia un’altra preoccupazione. Il relitto del vettore russo contiene materiale radioattivo che, disperdendosi in seguito all’impatto, potrebbe contaminare una vasta aerea di territorio. Scattano altri livelli di allerta per il monitoraggio dell’eventuale nube radioattiva. «Ma proprio mentre un operatore del nostro staff stava per diffondere l’allarme al pubblico –racconta Colin Lloyd, direttore esecutivo dell’Agenzia di gestione delle emergenze dell’Alberta-, dal centro operativo di Ottawa ci arriva un contro ordine: il relitto spaziale è rimbalzato nell’atmosfera, finendo nell’Atlantico. Pericolo scongiurato. E’ una mattina che non dimenticheremo facilmente».

LO SCONTRO IN ORBITA - L’allarme spaziale dell’ Alberta segue di appena tre giorni uno scontro in orbita terrestre da primato, avvenuto il 10 febbraio, a circa 800 km di altezza, fra due satelliti per telecomunicazioni: il russo Kosmos 2251 e l’americano Iridium 33, rispettivamente da 1.000 e 500 kg di peso. Non era mai successo prima d’ora che due grandi satelliti, ciascuno ruotante sulla propria orbita, facessero un involontario urto frontale. (I cinesi, invece, due anni fa, avevano volontariamente effettuato un impatto fra un loro missile balistico e un satellite in disuso). A causa delle alte velocità in gioco (25 mila km all’ora), un crash spaziale genera migliaia di frammenti grandi e piccoli che, sparpagliandosi progressivamente in vari livelli orbitali, si possono trasformare in potenziali proiettili-killer a danno di altri satelliti, della Stazione spaziale abitata in permanenza dagli astronauti a 400 km di altezza e, scendendo più giù, della stessa Terra.

GLI AVVISTAMENTI «ITALIANI» - Per questo motivo, quando la sera del 13 febbraio l’astrofilo Diego Valeri da Contigliano (Rieti), specializzato nell’osservazione delle meteore, riesce a registrare con la sua telecamera per la sorveglianza del cielo una palla di fuoco dieci volte più luminosa della Luna , è inevitabile chiedersi se non si tratti di un frammento dello scontro orbitale, piuttosto che del solito sasso cosmico venuto giù dal cielo. E la domanda si fa più pressante quando analoghi avvistamenti vengono fatti, sempre la sera del 13 febbraio, ancora da altre località italiane e, oltre l’Atlantico, a Morehead nel Kentucky (dove l’apparizione è accompagnata da vibrazioni e boati).

FRA UFO E METEORE - Il 15 febbraio, poi, in molte località del Texas, un’altra palla di fuoco è talmente luminosa da rendersi visibile in pieno giorno. Fatti debiti calcoli, gli specialisti del NORAD escludono che le molteplici palle di fuoco possano essere i frammenti del crash spaziale. Un’ ipotesi alternativa è che si tratti di uno sciame di meteore, provenienti chissà da dove, che ha colpito il nostro pianeta, dando luogo a una molteplicità di fenomeni. Ma, mentre gli astronomi sono impegnati nei calcoli, le ipotesi, anche le più spericolate dei soliti ufologi, si affastellano. Il rischio che l’aumento della spazzatura spaziale possa costituire un pericolo sia per la navigazione spaziale e aerea, che per noi inermi abitanti della Terra, è stato intanto ribadito dal direttore dell’United Nation Office for Outer Space Affairs (UNOOOSA), Mazlan Othman, che ha richiamato al rispetto di una risoluzione già adottata dall’assemblea generale dell’ONU, che esorta a una non proliferazione degli «space debris», allo scopo di preservare l’ambiente spaziale e la sicurezza del pianeta. In pratica, a questo scopo, i vari Paesi del club spaziale, dovrebbero limitare le attività e le manovre potenzialmente pericolose e le agenzie addette al monitoraggio dei corpi artificiali dovrebbero migliorare le loro capacità di osservazione e calcolo per prevenire gli incidenti con la migliore regolazione dell'ormai congestionato traffico orbitale.

Lo scanner che «legge» la mente – isitituo Bloorview

ESPERIMENTO IN CANADA

Misurando la radiazione infrarossa è possibile cogliere, per esempio, la preferenza fra due opzioni

Il rilevatore a infrarossi indossato da uno dei ricercatori che ha effettuato l'esperimento (Bloorview Kids Rehab)

Il rilevatore a infrarossi indossato da uno dei ricercatori che ha effettuato l'esperimento (Bloorview Kids Rehab)

Attraverso la misurazione dell'intensità della radiazione infrarossa assorbita dal tessuto cerebrale è possibile stabilire per esempio, e con un buon grado di sicurezza, le preferenza di una persona tra due bevande. Secondo uno studio dei ricercatori del Bloorview (uno dei più importanti centri per la riabilitazione pediatrica) pubblicato sul Journal of Neural Engineering, lo scanner a infrarossi può funzionare infatti nella lettura del pensiero spontaneo con un'attendibilità dell'80 per cento dei casi. E senza ipotizzare risvolti quasi magici, questo primo passo avanti degli scienziati canadesi può essere cruciale nella cura di bambini con gravi disabilità della parola o con patologie come l'autismo o ancora nel caso di piccoli pazienti paralizzati.

L'ESPERIMENTO – I volontari, rigorosamente adulti, hanno indossato un casco a fibre ottiche che emanava una luce nella corteccia pre-frontale. Successivamente sono state mostrate sullo schermo del computer due bevande differenti, chiedendo a coloro che si sono prestati al test di esprimere una preferenza nella loro mente. I ricercatori hanno poi studiato le reazioni, partendo dal presupposto che a fronte dell'attività del cervello l'ossigeno nel sangue aumenta e, a seconda della concentrazione, assorbe più o meno luce. La risposta a un impulso sgradito può essere soggettiva e alcune persone reagiscono aumentando l'attività cerebrale, altre esattamente al contrario. Una volta osservato, da parte degli studiosi, il modo di reagire di ciascun volontario e istruendo opportunamente il computer, si è potuto stabilire poi la bibita preferita, «sbirciando» nei pensieri dei volontari.

I PARERI - «Si tratta del primo sistema che decodifica naturalmente i pensieri spontanei - spiega Sheena Luu, dell'Università di Toronto – ed è chiaro che costituisce solo una prima tappa nella cura e nel sostegno di alcune patologie, ma si tratta comunque di un risultato importante». Per il momento è impensabile interpretare la mente dei piccoli (e a maggior ragione dei grandi) nella totalità e nel disordine caotico dei pensieri, ma il sistema può trovare applicazioni importanti in situazioni di scelta limitata, riducendo il più possibile gli elementi di contesto

Scontro tra satelliti nello spazio

Si tratta della prima collisione di questo tipo. paura per i detriti

Una stazione per telecomunicazioni di una società americana si è scontrata con una russa non più in uso

Un satellite nello spazio (Ap)

Lo spazio, almeno quello vicino alla Terra, comincia ad essere troppo affollato. Un satellite americano per le comunicazioni, di proprietà di una società privata, si è scontrato in orbita con un satellite russo non più in uso. Lo ha riferito un portavoce militare americano. Si tratta della prima collisione del genere nello spazio. Lo scontro ha riguardato un veicolo spaziale della Iridium Satellite Llc e un satellite russo, anch'esso per comunicazioni, ma «non operativo», ha spiegato il tenente colonnello dell'aviazione Les Kodlich, del Comando strategico Usa.
La collisione ha portato preoccupazioni nel mondo scientifico per la possibile ricaduta dei detriti sulla Terra. Gli scienziati stanno monitorando i detriti lasciati dai due satelliti, circa 500-600 frammenti che arrivano a essere piccoli anche solo 10 centimetri. Si prevede che per la maggior parte si dovrebbero incendiare e quindi disperdersi a contatto con l'atmosfera terrestre. L'agenzia spaziale russa (Roscosmos) ha assicurato che i detriti non rappresentano un pericolo per la Stazione Spaziale internazionale, in orbita a 350 chilometri dalla terra e quindi molto al di sotto del punto dell'impatto.

COLLISIONE - «Crediamo sia la prima volta che due satelliti collidono in orbita», ha detto Kodlich, rilevando che i detriti potrebbero essere un problema che potrebbe richiedere maggiori operazioni da parte delle nazioni impegnate nello spazio proprio per evitare che si producano detriti. Lo scontro ha spiegato l'ufficiale è avvenuto a un'altezza di circa 780 chilometri, una quota utilizzata da satelliti che monitorano il tempo, servono le comunicazioni ed effettuano osservazioni scientifiche.

 

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